Le ombre e l’eco
Sarebbe fin troppo facile criticare le orrende barriere messe a quasi chiusura degli accessi al vecchio Pontino Lungo. Di certo far tribolare anziani in bicicletta e portatori di handicap è “meglio” che permettere l’accesso a moto e scooter e allora quei reticolati agli imbocchi del pontino diventano funzionali agli scopi degli amministratori locali senza memoria perché senza appartenenza.
Nel ribadire l’opposizione a questa ennesima offesa alla nostra San Benedetto, pubblichiamo uno scritto di qualche anno fa di Umberto Poliandri che da voce e memoria ad un opera pubblica ora umiliata e considerata quasi ingombrante.
I cento anni
del Vecchio
“Pontino Lungo”
di
Umberto Poliandri
Verso la fine dell’800 si sentì la necessità di un collegamento del centro abitato con la spiaggia attraverso la ferrovia.
Varie erano le cause che motivavano la costruzione di un ponticello, ma due in particolare la rendevano urgente e necessaria: per prima cosa permetteva il deflusso delle acque verso il mare, acque che ristagnavano a monte della stazione, con grave danno della salute pubblica, e inoltre fornire un comodo passaggio a tutti coloro che si recavano alla spiaggia, in special modo ai pescatori che alle prime luci dell’alba prendevano il largo con le loro agili imbarcazioni, alla ricerca del sostentamento per i loro cari.
Fu fatta quindi istanza al Regio Ispettorato Generale e alla Società per le Strade Ferrate Meridionali, esercente la rete adriatica, affinché venisse costruito e reso praticabile alle persone ed ai carri di altezza non maggiore di due metri, un ponticello come sottopassaggio alla ferrovia. Questo doveva avere una larghezza di m. 3 e un’altezza di m. 2,65. Il problema fu lungamente discusso in Consiglio Comunale e, dopo ripetuti incontri fra l’allora Sindaco Gino Moretti e l’ingegner Giuseppe Pessione, direttore dei lavori. si convenne che la costruzione fosse completamente a carico dell’Amministrazione Ferroviaria, mentre il Comune si sarebbe accollato le spese per lo spurgo e la manutenzione del ciottolato e quelle per la eventuale illuminazione del sottopassaggio “obbligandosi a tenere rilevata l’Amministrazione Ferroviaria da qualsiasi pretesa o molestia anche da parte dei terzi, nel caso in cui per mancato spurgo o per effetto delle dune formate dal mare lo scolo delle acque fosse impedito o si rendesse difficile, e nel caso in cui per guasti nel ciottolato o per cattiva manutenzione del piano viabile sotto al manufatto, o per mancanza di illuminazione il passaggio venisse interrotto o reso inagevole o pericoloso”.
Si decideva così la costruzione del ponticello per soddisfare pienamente i desideri ed i bisogni della cittadinanza.
Non sussistevano fortunatamente problemi fisici di territorio alla costruzione di quest’opera di notevole interesse sociale, in quanto il mare, quasi a comprendere le esigenze di coloro che per lui vivevano e da lui ricevevano di che vivere, con il suo lento ma costante ritiro, dopo aver permesso di realizzare l’incasato della marina, la costruzione della ferrovia stessa, dei magazzeni al servizio della gente di mare, permetteva anche il compimento di questa nuova struttura che forniva un nuovo e agevole sbocco nella sua direzione.
Veniva così soddisfatta con la costruzione di questo pontino una delle più legittime aspirazioni dei pescatori sambenedettesi, in particolare di quelli del quartiere “Monterò”, i quali scalzi, con le reti e gli attrezzi necessari al loro lavoro caricati sulle spalle, erano stati fino a quel momento costretti a passaggi di fortuna, ulteriore onere e disagio al loro già duro e difficile lavoro.
Forse proprio per questo, fra il “pontino lungo”, che con la sua nascila risolveva almeno una piccola parte dei problemi di quegli uomini coraggiosi e tenaci, i quali più con amore che con rassegnazione accettavano una dura condizione ed un faticoso destino, e i sambenedettesi si è istaurato un rapporto diverso da quello che di solito stabilivano con le cose più o meno utili che ci vediamo sempre sotto agli occhi e di cui ci serviamo con quotidiana indifferenza, rapporto che non si è mai affievolito con il tempo, che tocca le corde dei nostri affetti e coinvolge sentimenti che troppo spesso crediamo sopiti.
Un rapporto di riconoscente complicità, una sorta di costante tributo, prova palpitante di quel filo sottile ma tenace che lega in modo indissolubile gli uomini di ogni epoca, legame che spesso le piccole e semplici cose più delle opere monumentali fanno vibrare dentro di noi, costante ricordo di come noi non siamo tanto figli del presente quanto frutto del passato, con tutto quello che ciò comporta nelle nostre azioni, nei nostri pensieri, nei nostri sentimenti e nella nostra memoria.
Caro e vecchio “pontino lungo”, anche tu, come tante vecchie edificazioni, care e rassicuranti abitudini per gli occhi e per il cuore, hai subìto quell’opera di rinnovamento che rappresenta il tributo necessario e doloroso a quel benessere che tanto spesso, per migliorare le nostre condizioni di vita, ci strappa, togliendoci i nostri ricordi, la parte migliore di noi.
Sicuramente sei diventato più moderno, forse esteticamente migliore, ma nel ricordo di noi, figli di quelle ombre che ancora sfiorano le tue pareti, resterai impresso così come ti abbiamo visto nel corso degli anni. quando era bello, nelle sere d’estate, credere di sentire ancora, restituite dalle tue vecchie pietre, le voci di quella gente e di quel passato che non potranno mai essere sepolte nell’oblio, perché, in fondo, vivono nella nostra mente e dentro di noi.
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